Sono fiorite le rose a Beit Lahia?
Le rose di Beit Lahia
Caro lettore, la stagione della primavera è finita, ma le rose sul mio balcone continuano a sbocciare, anche quelle che ho avuto in regalo per la festa della mamma.
Già, come in quasi tutto il mondo, la mamma si festeggia in primavera perché è la stagione che le si addice di più: è quella dei fiori, meraviglie della natura che racchiudono vita e bellezza: fra tutti spiccano le rose e proprio guardando le mie rose, mi è venuto un pensiero improvviso, mi sono chiesta: a Gaza fioriscono le rose? O fa troppo caldo perché possano sopravvivere? La risposta mi ha sorpresa e non poco: tra gli anni ’80 e i primi anni 2000, la Striscia di Gaza era uno dei maggiori esportatori al mondo di rose, destinate al mercato europeo specie nelle festività: uno dei centri specializzati era Beit Lahia.
Ed ora?
Le coltivazioni di rose (e di garofani) sono via via diminuite come le libertà del popolo palestinese fino alla distruzione delle terre avvenuta negli ultimi due anni e mezzo. Non solo, l’Unione Europea ha imposto che sui libri di scuola non ci fosse più alcun cenno alla rosicoltura di Gaza, come se non fosse mai esistita.
Non credevo che dei fiori facessero così paura.
Ma ci sono rose che non si possono distruggere
Caro lettore, ti è mai successo di aprire uno spiraglio e accorgerti di un intero mondo? A me è capitato cercando informazioni per questo articolo. Ed è così che ho conosciuto le voci e la storia di dieci scrittrici palestinesi: le loro poesie sono state raccolte nel libro: “La rosa di Gaza” (Les Flâuners Edizioni, gennaio 2026).
Tutte intense, toccanti, ne cito alcune.
Scrive la scrittrice e poetessa Dunya al-Amal Ismail nella poesia Crimine:
Ci ha sfiniti questa guerra
ha disperso i nostri sogni
esaurito il fango sulla terra
intristito così tanto gli ulivi
e fatto piangere i gigli
sulla riva del mare.
La scrittrice e poetessa diciannovenne Nahar Hussein scrive in Allucinazioni di una figlia:
. . . Madre,
sono qui sotto i venti,
aspetto che tu mi porti via dalla guerra.
Non sei forse mia madre?
Sollevami,
come mi costringesti a vivere queste guerre,
strappami dal mio inferno dipinto di verde,
spogliami dai mondi dei vecchi dentro di me.
Riportami alla tua placenta,
morbida,
dove non c’è guerra,
dove c’è pace,
dove regna un buio fitto,
e la luce divina.
Disperazione, dolore, rabbia, sconforto: la voce poetica di queste donne testimonia l’immensità della tragedia, ma nello stesso momento rappresenta il segno più forte di speranza, perché mostra la volontà di sopravvivere contro tutto e tutti e la determinazione a non essere cancellati e annullati.
Le parole scritte restano.
L'uomo non ha memoria
Caro lettore, voglio raccontarti questo di me.
Quando nei primi anni delle superiori, non ricordo l’anno preciso, vennero proiettate a scuola le immagini dell’Olocausto, con le foto provenienti dai campi di concentramento nazisti, io ne rimasi sconvolta: era la prima volta che mi rendevo conto dell’abisso di malvagità e aberrazione in cui l’uomo può sprofondare. Tempo dopo scrissi il testo di una canzone ispirata a quegli eventi, parole rimaste nel cassetto, ma qualche anno fa alcune di esse sono “uscite” e, grazie a mia figlia, sono scritte nel registro visite della ex-scuola elementare di Bullenhuser Damm, ad Amburgo e adesso anche su questa pagina.
Sono stato fumo
Sono stata terra
Ma ora sono una stella
E continuerò a brillare
Perché tu possa non dimenticare.
Purtroppo l’uomo dimentica
Ucraina
Più di 3.452 i bambini uccisi o feriti dal 24 febbraio 2022
Sudan
Più di 4300 bambini uccisi o feriti dal 15 aprile 2023
Gaza
Più di 20000 bambini uccisi e 42.011 feriti dal 27 ottobre 2023
Libano
Più di 247 bambini uccisi e 992 feriti dal 2 marzo 2026
Questi sono solo i conflitti che più degli altri sono sotto gli occhi di tutti, ma nel mondo non sono gli unici.
Caro lettore, ne sono consapevole, le mie parole non cambieranno di una virgola le sorti di questi popoli e tanto meno i propositi dei signori della guerra, quei potenti che promuovono e alimentano i conflitti per i propri interessi. La mia è solo una voce tra le tante, ma questo non vuol dire che sia senza valore.
Come posso rimanere indifferente alla perdita e alla sofferenza di tutti questi bambini e di tutti i figli di mamme come me? Come posso lasciarmi anestetizzare dal fatto che viviamo lontano da quei paesi? Siamo sicuri che a noi non accadrà mai?
La mia voce: un modo di dire mi dispiace e un grido d’allarme.
Questa volta ti lascio con una sola domanda.
Secondo te ci sono figli nel mondo la cui vita vale meno di quella di altri?
Riflettici. . .
se vuoi, puoi scrivermi e raccontarmi la tua risposta.
Mi farebbe piacere.
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